Quando ero piccolo mia madre mi comprava tanti libri per bambini, con caratteri enormi ma senza figure, perché voleva che io mi esercitassi a leggere.
Però leggere stanca.
Ma non volevo dispiacere mia madre.
Così imparai a fingere.
Fingevo di leggere. Sfogliavo, con sguardo interessato, le pagine, poi, se lei mi chiedeva qualcosa sulla storia del libro, inventavo basandomi sulla scarna illustrazione di copertina. Da poche figure costruivo delle storie intricate.
Effettivamente utilizzare l’immaginazione non l’ho mai considerato uno sforzo.
Poi, crescendo, sommando le esperienze, in un certo momento ho raggiunto la conclusione che bisogna fingere sempre.
Se vuoi che gli altri ti vogliano bene devi fingere.
Dopo un po’ la differenza tra finzione e realtà diventa sempre più sfumata, finché non credi anche tu alla finzione e dimentichi la realtà.
Ed è da quasi subito che ho sentito il bisogno di fissare su dei quaderni la realtà prima di diluirla nella bugia. Così negli anni ho accumulato decine di diari segreti pieni di pseudo verità.
Che, ovviamente, fingo di non avere.