Perché si può scegliere tra quaranta carte, asso di bastoni, fante di spade, e fare un gioco aggrovigliato.
Si può sognare reciprochi scampoli di pelle, si può desiderare di portare avanti il sogno, spezzettarlo, tagliarlo sottile come fette di salame, ma tenerlo là: desiderio.
Oppure si può mischiare l'anima alla carne, cercare nudità, ottenere umori, stringere i fianchi, andare avanti: reciproca verifica di attributi sessuali ed uniche morfologie di marmoree soffici creature.
Tutto questo cos'è? amore o capperi o passione d'anima o di corpo. Ma per dirti ciò, pur sempre t'amo, in un modo che non so, in un silenzio che mi si pone innanzi, in una tenace passione distruttiva. E siamo in un fuori tempo, cazzo. Ed in un modo in cui non vorrei sentir risposta, ne fretta.
Per chi vuol esser braccato lieto sia. Ma io necessito di libertà, specie ora da dietro a questa grata.
E ti prego di volermi bene per quello che oggi sono, di desiderarmi se ne hai pulsione ma di non dimenticarmi per la lettura della sensibile indifferente pigrizia.
Sono inzuppato nella fragilità. Ne sono prigioniero in cerca di.
Mi avvolgo nel pensiero di te, me lo raggomitolo dentro come un embrione, fragile, da nutrire, gli offro, a questo pensiero fatto a spigoli, un piccolo mondo sferico come un utero rivestito di muschio e felci, e lì lo cullo, mentre mi lacera e m’invade le fibre già dilaniate, e che spasimano per tenerlo senza soffocarlo, ma con pacata abitudine al sacrificio si adattano ogni istante alla sua inquietudine, a quei sussulti inattesi provocati dal movimento inesorabile degli incubi.
Se sapessero le mie viscere partorirti altrove, lontano da questo tempo dove ti è toccato il numeretto sbagliato, in quell’isola dove ho smarrito per sempre, credo, la libertà della mia mente a nuotare in una laguna e a nutrirsi unicamente di sole, e se riuscissi a cambiare i rumori che adesso stridono tutt’intorno come torture a occupare un silenzio di tenerezza, di assoluto, se tu entrassi in me e io in te come l'acqua che passa anche sotto le soglie delle porte sprangate e bagna inarrestabile la terra custodita dagli uomini che la temono, se dopo il buio in cui ti cresco e in cui mi apparto ci assicurassero una linea di aurora laggiù in fondo, da arrivarci a piedi, senz'altro aiuto che la speranza di raggiungerla prima di riperderla...
Torno ad avvolgermi nel pensiero di te e, non ancora stanco, lo accarezzo.
Tu dormi. Dormi, ancora un po'.
Piccolina è malata.
Non mangia nulla, non cucina le sue crostate di mele e cannella, nemmeno vino beve più, quello che le profumava la bocca di semplice momentanea follia.
Non legge, o se legge non capisce se le piace.
Non scrive, e questo la ammala ancora di più.
Le parole le attraversano la mente in fila senza una meta, nulla le tiene collegate, nulla le ravvicina, ne fa collane di frasi, arabeschi di sogni, ombre di memorie sussurrate e condivise.
Lo schermo è bianco, specchio del suo viso con la febbre negli occhi, le rughe nuove di una ragazza vecchia, i capelli avvinghiati dalle dita smagrite.
Andatela a trovare, la sua casa è la più silenziosa della via.
La porta si aprirà solo con un tocco, perché i ladri vi sono già entrati.
Sugli scaffali tra i libri, sui cuscini del salotto, sopra il pianoforte muto, troverete le sue bambole avvolte in mondi di plastica, occhi a fessura affondati nei capelli folti, immobili guardiane del sonno.
Andatela a trovare, non si alzerà per voi ma non si negherà.
E' lì, sotto quel vecchio plaid, e accanto uno sgabello con una matita e degli occhiali che vedono a rovescio.
Portatele poesie, storie di mare, un cerino per fare un po' di fuoco.
Portatele dei sassi, e incidete le vostre iniziali; le riconoscerà tutte, vene sarà grata anche se non lo dirà.
Lasciatela star male per un po', Piccolina.
Per mano, vieni. Ecco, così. Non ti farà male, qui non c'è più nessuno a gridare.
Dimmi solo cosa senti, quello che senti sulla tua pelle, non quello che credi di vedere con gli occhi. Non ti servono, ora, gli occhi. Lasciati andare, non distrarti. E' fatica.
Cos'hai sotto i piedi? Cosa ascolti con la pianta dei piedi? Erba? Vuoi che sia erba? Quella di marzo che sfiora come peluria di bambino o quella d'agosto che punge forte come paglia? Quella che ascolti è.
E l'aria che attraversi con le gambe, con le braccia, come la annusi? La tocchi verde di bosco o dolciastra di sabbia o aguzza di fienile? Come la tocchi è.
No, non guardare, fidati di te.
Questo che ti inonda le labbra cosa vuoi che sia, rossa frutta matura oppure il fiero sale dell'amore? E' tuo così come lo cerchi, e ti passa nel sangue senza pena.
Con mani innamorate dai forma a una forma, creala tu, una sfera di marmo o cristallo o sapone, un cubo di ghiaccio che esala limone e fragola; crea la tua creatura e dalle un nome a caso. Sarà giusto, non angustiarti. Sarà il suo perché sarà il tuo.
Gira gira gira, occhi bendati dalla certezza del vago, gira gira gira, è la giostra di paese, è la culla della mamma, è l'aereo che si avvita e viene giù viene giù viene giù, plana felice sui cuscini fradici di temporale di mezz'estate, che oggi è il primo giorno inventato, volato, nato da te.
Tu non puoi saperlo, sei troppo piccola, e quando gli anziani del villaggio lo raccontavano, tu stavi già dormendo sul tuo cuscino di paglia. E poi per certe cose ci vogliono muscoli e braccia forti.
Ma io potrei amarti. Non è presto se ti dico che amo le tue labbra, quando dalle tue labbra escono silenzi o rumori strani come un lume che si insinua filtrando dall'interstizio tra il pavimento e la porta. Amo quei momenti quando le tue parole sono il modo in cui mi sfiori. Amo quella faccia buffa, quegli sguardi grandi che sanno di neve anche di fronte al mare. Amo il tuo corpo d'avorio, le tue gambe forti che saltano sul mio cuore, o corrono verso il tronco di un albero per fare un tanaliberatutti generale. Per me finisce il tempo del nascondino, ti lascio contare fino a che hai bisogno di contare, e poi mi piazzo lì in bella mostra, al centro della piazza. Potrai vedermi come mai mi hai visto. Amare è una cosa così piccola, così inerme, così coperta di cenere come una brace nascosta sulla quale soffiare parole. Così io soffio e ti percorro in silenzio, ed osservo me percorrere i tuoi spazi e le tue insenature, le tue braccia che terminano in mani sottili e nervose, il tenue confine di una coperta che sopra è gelo e silenzio, e sotto è corpi nudi a rincorrersi senza staccarsi mai.
Ti amo, perchè tutta la mia vita di oceani e burrasche è servita soltanto per giungere a te.
Il passato non mi fa nulla, perché posso scriverne.
Per esempio Roberta e io ce ne stavamo lontani dalla notte in quei pomeriggi malati in camera sua con gomitoli di nastrini di seta che teneva in mano, ci passava attraverso con un ago e per sfilarlo dovevo usare i denti, così facendo un lato della sua mano poggiava contro il mio mento e con la punta del naso sfioravo la parte interna del suo pollice. L'ago dolce veniva via quasi silenzioso. La seta lei se la intrecciava fra le dita, piccoli nastri rossi tutti sfilacciati. Ci potevamo stancare di quello, respirando allora lei avvicinava il viso al mio, sdraiati e così occhi negli occhi solo lei poteva vedermi. Completamente cieco, mi sentivo. Mi arrivava la battuta dalla memoria, «che buon profumo», la dicevo come qualcun altro, quindi la pausa, il suo sorriso, infine il bacio doppio a occhi assolutamente spalancati.
Bambini perversi.
Prima o poi uscivo dalla stanza, ignorando totalmente quello che lei dentro faceva da sola.
Resto sotto osservazione: controllo le pulsazioni, dico 33. Tiro fuori la lingua e la studio. Analizzo gli effetti collaterali: un dolore al petto, un tremore, un capogiro.
Non ci sono più abituato a «me stesso». Percorrendo rapido lo sguardo sullo specchio: sembra di rivedermi in una foto di vent’anni fa. Ed in effetti è così.
Devo legare con questa pelle prima del debutto in società.
Eppure è già accaduto – di nascosto – frugando famelici, consumati nei respiri.
Tutto normale, se non fosse stato impossibile due giorni fa.
tu, in assoluta nudità, ballavi davanti a milioni di macchine che plaudivano mostrando sugli schermi erezioni elettriche.
Il mio desiderio però era di carne perciò l'hai preso in considerazione solo per riderci nel negarne il senso.
«Troppo volgare»
Dicevano i tuoi occhi mai visti, ma intuiti negli stimoli nervosi delle tue istruzioni tassative. Servilmente (e come potrebbe essere altrimenti!) ho sperato rimanere nella posizione che tu, tollerante per ipotesi, mi avevi assegnata nello spazio ma una calligrafia oscura, minacciosa, mi ha raggiunto nell'anima intimando la necessità del suicidio.
L'ho fatto. Ora sono qui e come tutti gli altri non ho più un corpo reale.
Chissà! Forse mimetizzato riuscirò ancora ad esisterti.
Questa notte però, nel sogno, mentre ballavi davanti a milioni di macchine ero li come la prima volta che ebbi la forza di mostrarmi trasgredendo al dio telematico in cui credi.