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E mi sento felice, mi sento rondine, gabbiano, cormorano, anzi mi sento barca a vela. Mi sento nell'assurda posizione di non poter dare spiegazioni sulla mia felicità eccessiva.
Ma cazzo, che fortuna poter vivere sempre così!
Sbottonami l'anima e non tagliarti le dita.
La sarta del sud ha tracciato col gesso un segmento tratteggiato sul mio tessuto, partendo dallo sterno a ridiscendere, fino all'ombelico.
Ha preso le misure, impugnato le forbici e mi ha tagliato come un tacchino da farcire. Ha poi estratto il mio cuore di gommapiuma ricoperto di spilli, mi ha messo in vetrina, mentre i manichini da fuori osservavano incuriositi lo svolgersi della scena.
Finalmente anche io avrò un vestito su misura. Il vestito, quello buono, da indossare in occasioni importanti: nel giorno del mio funerale, ad esempio.
Rimango immobile, come un pesce d'acqua dolce sul fondale. Uno dei manichini scannerizza il reparto Saponi & Shampoo, ha deciso di fare il suo debutto in società, mentre il suo collega apre una confezione di biscotti per cani. E' lui l'istintivo Buddha di questa nuova era, un'era che non è. Perché se fosse, quel manichino di bimbo non starebbe lì in fila, alla cassa, impugnando in una mano un barattolo di nutella, e nell'altra uno spazzolino da denti: pioniere del sadomaso. L'immagine sparisce in dissolvenza.
C'era una volta una bambina, ma non era come le altre, lei tesoro, era fatta di spazzatura. Il suo corpicino nero di plastica, un nasino a patata (nel senso che era davvero mezza patata), due pomodori marci al posto degli occhi, la buccia avariata di una banana le dava un infelice sorriso. Era tanto, tanto sporca puzzava di lurido e anche di sordido. Era sempre, sempre triste, a causa della lunga permanenza nella discarica. Il solo momento felice fu l'incontro con Lui, un mattino, Lui era lo spazzino, molto apprezzato nel vicinato. Lo spazzino l'amava molto, fu un amore di botto: «io ti sposo e tu mi aiuti» - le disse. Ma fu tardi: lei s'era già buttata in un tritarifiuti.
Sogno la notte, ha da poco smesso di piovere, mi trovo alla periferia dell’abisso. Le fiammate ansiose dell’impianto petrolchimico illuminano l’asfalto bagnato.
La mia eccitazione sale. E’ come se fosse più intensa di qualsiasi altra volta.
Un normale atto sessuale, col corpo nudo più perfetto, sarebbe solo una frettolosa eucarestia che fruga tra la pelle dei luoghi comuni.
Il piacere inonda ogni cellula del mio corpo fino a convergere nello schizzo più traslato di cui le mie lenzuola si siano bagnate.
Il sesso è simbolico, anche una fica e un paio di tette lo sono, c’è altro oltre queste immagini di massa che pavlovianamente stimolano i coglioni.
Un gradino prima esiste certamente un impianto petrolchimico, oppure un fontana circolare che zampilla, dei cessi divelti di uno stadio in disuso, le lamiere accartocciate di un auto, delle interiora che fuoriescono da una pancia ferita…
E prima ancora, forse, c’è la nostra, personale, verità.