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21/02/2006
non chiedermi perché...

E mi sento felice, mi sento rondine, gabbiano, cormorano, anzi mi sento barca a vela. Mi sento nell'assurda posizione di non poter dare spiegazioni sulla mia felicità eccessiva.

Ma cazzo, che fortuna poter vivere sempre così!

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La sarta del sud

Sbottonami l'anima e non tagliarti le dita.
La sarta del sud ha tracciato col gesso un segmento tratteggiato sul mio tessuto, partendo dallo sterno a ridiscendere, fino all'ombelico.
Ha preso le misure, impugnato le forbici e mi ha tagliato come un tacchino da farcire. Ha poi estratto il mio cuore di gommapiuma ricoperto di spilli, mi ha messo in vetrina, mentre i manichini da fuori osservavano incuriositi lo svolgersi della scena.
Finalmente anche io avrò un vestito su misura. Il vestito, quello buono, da indossare in occasioni importanti: nel giorno del mio funerale, ad esempio.
Rimango immobile, come un pesce d'acqua dolce sul fondale. Uno dei manichini scannerizza il reparto Saponi & Shampoo, ha deciso di fare il suo debutto in società, mentre il suo collega apre una confezione di biscotti per cani. E' lui l'istintivo Buddha di questa nuova era, un'era che non è. Perché se fosse, quel manichino di bimbo non starebbe lì in fila, alla cassa, impugnando in una mano un barattolo di nutella, e nell'altra uno spazzolino da denti: pioniere del sadomaso. L'immagine sparisce in dissolvenza.

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19/02/2006
una triste storia d'amore

C'era una volta una bambina, ma non era come le altre, lei tesoro, era fatta di spazzatura. Il suo corpicino nero di plastica, un nasino a patata (nel senso che era davvero mezza patata), due pomodori marci al posto degli occhi, la buccia avariata di una banana le dava un infelice sorriso. Era tanto, tanto sporca puzzava di lurido e anche di sordido. Era sempre, sempre triste, a causa della lunga permanenza nella discarica. Il solo momento felice fu l'incontro con Lui, un mattino, Lui era lo spazzino, molto apprezzato nel vicinato. Lo spazzino l'amava molto, fu un amore di botto: «io ti sposo e tu mi aiuti» - le disse. Ma fu tardi: lei s'era già buttata in un tritarifiuti.

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18/02/2006
Orgasmi simbolici

Sogno la notte, ha da poco smesso di piovere, mi trovo alla periferia dell’abisso. Le fiammate ansiose dell’impianto petrolchimico illuminano l’asfalto bagnato.
La mia eccitazione sale. E’ come se fosse più intensa di qualsiasi altra volta.
Un normale atto sessuale, col corpo nudo più perfetto, sarebbe solo una frettolosa eucarestia che fruga tra la pelle dei luoghi comuni.
Il piacere inonda ogni cellula del mio corpo fino a convergere nello schizzo più traslato di cui le mie lenzuola si siano bagnate.
Il sesso è simbolico, anche una fica e un paio di tette lo sono, c’è altro oltre queste immagini di massa che pavlovianamente stimolano i coglioni.
Un gradino prima esiste certamente un impianto petrolchimico, oppure un fontana circolare che zampilla, dei cessi divelti di uno stadio in disuso, le lamiere accartocciate di un auto, delle interiora che fuoriescono da una pancia ferita…

E prima ancora, forse, c’è la nostra, personale, verità.

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12/02/2006
Ciò in cui credo

di James Graham Ballard

Emily MarilynCredo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai televisori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Fürerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporei della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.

Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.


Un sito (non ufficiale) su James Graham Ballard

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11/02/2006
girotondo

Carboni cantava che ci vuole un fisico speciale per resistere agli urti della vita, io credo ci voglia solo un po' di volontà per evitare di rollarsi la prossima canna. Perdersi come ogni notte nella malinconia depressa di un'esistenza - quella cosmica e schifosa - che si satura troppo velocemente. Ascoltare del jazz e scordarsi della melodia italiana, lasciare liberi i pensieri e disimparare le regole di scrittura apprese. Scegliere un libro e sbriciolarci l'erba. Monomaniaco mi grida un nano di Lynch, vaffanculo penso io, e gli sparo come un De Niro Tarantiniano. Hey bello, dico a te, allarga le labbra di quel sorriso, stai con me mentre rollo l'ultimo bicchiere, stai con me bello, sogna di carezzarmi. Bevo un sorso d'acqua ed iniziamo. Bello, mi senti? Ti immaginavo con più peli: sobbalzo un po' dall'emozione, in fondo non avevo toccato che i miei. Ragazzo, mi baci: d-ai. Sai, credo che il mio amore ami un altro uomo; no, non ho detto, credo che mio amore abbia un'altro uomo: quella stronza proprio l'ama. Sono solo, in camera, mentre Lei digita acronimi a quello stronzo. Pupa, portami con te, non permettermi di lavargli altri perizoma, pupa, lasciami essere la donna che sei. Permettimi di pensare a quel cazzo che non ho, dai siamo sole, vieni da me. Io sarei paralizzata, e direi: ba-ba ma-tu-sei ma tu sei nuda- ba ba- ma tu sei bella. Come uno scimmione riderei del nostro amore impossibile. Capelli neri, vieni qui. Aiutami. Giro giro in tondo. Cascasse il mondo.

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08/02/2006
Attore dismesso offresi

Fallimento: errata valutazione della realtà rispetto le proprie aspettative.
Errore: sopraffazione dell'emotività sull'analisi.
Libertà: sensazione di leggerezza con appagamento di uno o più sensi.
Tristezza: estraniamento con privazione di godimento.
Desiderio: incapacità di gestire una mancanza.
Realtà: collezione di illusioni organizzate.

Ipse dixit: «Meglio una carezza da una di cui non te ne frega un cazzo, che una palata di merda da una che ami.»

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04/02/2006
signora mia, tutta colpa del buco nell'ozono

Mi chiedo se c’è una qualche correlazione, oppure è solo frutto del «caso», ma è strano che, nell’arco di una settimana mi trovi per ben due volte le mani di uomini addosso. Ed entrambe le volte, non ho saputo reagire e me le sono tenute.
La prima volta sull’autobus, per una decina di minuti ci è andato «leggero», con carezze delicate. Siccome era strapieno (l'autobus), io ho creduto fosse la valigetta di qualcuno ad urtarmi lì. Lui, il «toccatore» evidentemente ha preso questo come un segnale, quindi ha pensato bene di ficcarmi una mano fino a dentro le chiappe ed un’altra sul pacco.
Ieri, venerdì, ad una festa: sbronzo e fumato, esco fuori al terrazzo per riprendermi con dell’aria fresca… e zac… una mano sul culo.

Chissà se mi sto infrocendo io, si sta infrocendo il mondo,
oppure le mie chiappe sono migliorate con gli anni…

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03/02/2006
La generazione delle vacuità

Sto per parlare di una minoranza, una parte esigua e limitata della popolazione dei trentenni (e non), ma per me è una parte importante, visto che mi circonda e ci sono, controvoglia, invischiato.
Parlo della stirpe «nouvelle vague», quella che maschera molto bene l’infelicità. Sorride alla vita, sembra divertirsi. E’ casinista e sa «pariare» (come si dice a Napoli). Tranne poi crollare in lacrime tra le braccia del primo «calore» che percepisce.
Definire edonistica questa generazione è errato. Solo chi guarda dall’esterno e con superficialità può trovare una ricerca del piacere in certi comportamenti bulimici.
Eggià, perché di vera e propria bulimia si tratta.
Ci s’ingozza non per il piacere del cibo, ma per colmare mancanze (quali? loro non lo sanno). Furtivamente aprono il frigo e prendono il primo pezzo di sesso che capita a tiro, e non solo, perfino l’amore viene inghiottito di getto, per poi rigurgitarlo il mattino seguente.
C’è troppa scelta: «perché accontentarsi?», basandosi su questo dogma, senza neppure aspettare il primo «vero problema», ma solo assecondando un ciclico mutamento d’umore e d’ormoni, si rinuncia per passare altrove. E da un letto all’altro, un cuore all’altro, si finisce per «passare» la vita vacuamente.
Costruendo un nulla smisurato, nella più assoluta immobilità di se stessi.

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02/02/2006
io mi manco tanto...

... e tu?

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