Non è chiaro dove stia il divertimento o il senso,
ma il bello è questo: dubitare d’essere sani,
le false fedi, tutte le certezze, i miti, i riti,
le sette, l’ora di cena, butta la pasta,
quella di cui son fatto, strafatto, che bello.
Il bello il bello, il bello è questo, è questo il bello:
trovare giustificazioni a cose che non si ricordano,
compresa questa,
elencare contusioni una dietro l’altra,
ferirsi e ricominciare.
Tutta la verità, nient’altro che la verità. Lo giuro.
E le parole, animate di vita propria, escono dalla bocca, incuranti e coscienti dei danni che provocheranno.
Sarà autolesionismo, masochismo, oppure qualche vocina genitoriale che da piccino deve avermi candeggiato il cervello.
Farò un corso di recitazione, o qualcosa di simile, per riuscire a mentire perlomeno in ambito lavorativo.
Non sopporto aprire la finestra
nel tuo angolo di mondo
nel tuo buco
di culo di mondo
e non trovare nessuno.
Non sopporto che io
e te e loro finiamo
perchè non resistiamo
a sentirci l'un l'altro
non tolleriamo i gesti
non c'è tempo
non c'è gusto
non è di buon gusto
la tragedia degli uomini.
Non mi va di pensare
che oggi ti faccio
più bella di ieri
per scomparire domani
come non fossi
mai nata.
Io ti faccio
tanto leggera
da cancellarti
col passaggio
di qualche ora sotto
il mio peso.
Fatto
che io non sopporto.
perchè si parla sempre di amore?
eppure per il più elementare principio della fisica, se esiste l'amore (dubitiamo ma viviamo «come se») esiste per forza anche il disamore.
dunque checcosè il disamore?
arriva il mattino in cui ti svegli, convito che tutto sia uguale a sempre, e con masochistica consuetudine, ti aspetti che lei sia lì, dove ti aspetta sempre, nell'angolo meno praticabile della tua corteccia celebrale, quello che per comodità chiamiamo cuore.
il tuo demone certissimo, più vero della vita stessa, più presente della tua presenza.
fai il caffè con ritmo impastato, senza dar peso, consapevole che seppure con qualche minuto di ritardo verrà, ritroverà il gusto delle energie disperse senza scopo, il piacere sublime dell'utopia e delle cause perse.
non accade nulla fino all'ebollizione dell'acqua. a questo punto potrebbe iniziare un sospetto troppo sconcertante per volerlo analizzare.
puoi aspettare ancora.
la mattina ha tempo per proseguire silenziosamente, senza che nulla turbi la sua arrendevole laboriosità insensata.
ma abbiamo saltato il fosso.
a questo punto l'orizzonte è limpido e lattiginoso, vento secco, aria del giorno qualsiasi che avanza.
e non c'è più. dopo un anno, due anni, forse più.
chissà chi era.
io non c’ho prove. però ci conto nell’esistenza del disamore.
Prima dovrei dedicarvi un post, qui nel vostro regno di vanità e cazzate al vento, oppure un sito tutto per voi, un bel «www.nofrancesco.org» dove raccoglierei tutte le mail di chi si sente un albero secco, una cosmonauta impazzita, una illuminata biologa, la correttrice della matrice, l’eletta misconosciuta, una dea della prateria, una funambola senza filo, una psicotica consapevole, l’artista tra gli spettatori; con oltre mille links tipo «sei meraviglioso» «sei un uomo raro» «sei unico» «gli orgasmi che ho provato con te… mai…» etc.
...roba da far vomitare Rocco Siffredi.
A questo punto vi lascerei andare volentieri, senza rimpianti, a cercare il braccino della Barbie perso anni fa all’asilo e augurandovi di ritrovarlo intatto.
Lo dedico a questa generazione di paraplegiche inchiodate ad un monitor specchio dei sogni fantastici, figlie di padri offuscati da bottiglie, identità e debiti; alle vostre mamme ammalate, cadute in un letto di morte senza conoscere un orgasmo, un libro, un sogno, un pensiero astratto, che hanno succhiato il vostro amore, e il cazzo di vostro padre, con occhi ansiosi, morendo, rimproverandovi silenziosamente di aver vissuto senza un senso...
Al vostro «Altrove» che, come il loro, è fatto di valige, treni, speranze fallite, senza profondità né coscienza, avventura pura da fotoromanzo rosa.
Alla vostra gaia ignoranza di signorine orgogliose della propria virtù, testardamente ignare del piacere e della velocità di un passaggio di luce, spaventate prima di conoscere la paura, ambiziose e avide di roba visibile, di possibilità infinite promesse dietro l’angolo ai volenterosi e ai savi.
A questo tempo arricchito, che non è più reale, che dopo il lavoro c'è solo l’evasione, e quindi sfuggire, scappare, tutti insieme , alla spicciolata, senza parlare, discutere, senza rispondere alle telefonate, senza il beneficio di uno schiaffone.
A voi che non avete bisogno di nessuno, prese dall’ascolto del ronzio del vostro cervello come una psicotica dal rumore del frigorifero.
Ai vostri graffi interni, tanto una cicatrice vale l’altra, alla fine tu non eri uomo abbastanza da spegnermi i mozziconi sul seno, ai vostri cazzi, cazzi… vostri.
Ai vostri corpi offesi dalla bellezza, dalle maglie di lana, dalla sterilità forzata.
Ai vostri uomini a dieta e ai loro conti in banca, al loro lavoro e al buon senso che li guida senza amore.
Infine, allora, un pensiero va di cuore a mia nonna, ignorante - credeva il piccolo Frà - perché lei grande e grossa aveva studiato fino alla terza elementare, mentre lui (io) così piccino era già in quinta. A lungo l’ho creduta deficiente perché in una vita le sentii dire solo due parole: «vogliatevi bene» - adesso le vedo come due coltelli lanciati con la precisione di un maestro, senza mai sbagliare bersaglio. Quella dura vecchia coi capelli bianchi, che solo una volta tornò dal regno dei morti, un pomeriggio che i miei nervi scossi mi facevano diventare come voi, per aggiungere altre parole: «Vogliatevi bene, il resto sono solo cazzate».
Vogliamoci bene… il resto, sono solo cazzate.
Poco da dire in questo periodo, tranne una serie di pensieri sulla morte che darebbero vita a post estranei allo standard “pene d’amore” di questo blog.
Ad ogni modo, almeno uno (cioè questo) concedetemelo.
Preciso che i «pensieri di morte» non riguardano me direttamente, non la mia morte.
Ho sempre creduto di aver superato brillantemente il fatto di aver perso i genitori abbastanza presto: «Alla fine sono bravino, le mie cose le faccio, la vita più o meno va bene… ».
Solo ora sto prendendo consapevolezza di un pensiero che, da quel giorno, ha condizionato tutta la mia vita: «non ammetto di essere abbandonato».
Questa “non accettazione” dell’inevitabile abbandono a cui tutti andiamo incontro mi ha portato ad innescare un meccanismo che fa si che nessuna morte (metaforica) mi colga più di sorpresa:
Prima che qualcuno a cui voglio bene “muoia” io lo declasso nella mia scala affettiva.
Per questo oggi, guardandomi dietro, vedo una serie di rapporti amorosi troppo brevi per riuscire a costruire qualcosa. E’ stato sufficiente il minimo problema di coppia, un raffreddore simbolico, e la mia insicurezza mi ha fatto fiutare “l’allarme abbandono”… (e, prima che… ho abbandonato io).
L’aver preso atto delle origini di un problema dovrebbe aiutare... Mah…
Confido nel futuro. 
Era inevitabile che le relazioni ai tempi di internet cambiassero. Dopo gli scambi d’umori, una volta accesa la sigaretta post orgasmica, ci si trova in quella fase in cui si parla a vanvera, e si dicono cose tipo «sai che c’ho un blog? (un sito/un forum); «sai che pure io?». E ci si scambia i reciproci indirizzi internettiani, prima ancora del domicilio reale.
Altre volte capita di essersi conosciuti proprio grazie a blog/sito/forum/chat.
Sì, ok. Ma che succede quando dopo un giorno, un mese o un anno la storia finisce?
In passato bastava evitare il baretto frequentato da quella persona. Era semplice.
Ora la curiosità ci spinge a ficcare il naso nei diari privati, resi pubblici sul web.
E magari si scrivono cose sapendo che l’altra persona leggerà. E si perpetua uno stato di lacerazione post-amorosa indefinito.
Finché non si cambia nick…
La tua assenza riempie ogni cosa svuotandomi del tutto. Certe mancanze si fanno sentire. Mi restano una marea di inutilità quotidiane che vorrei condividere. E parlo di dettagli. Di quelle cose che posso raccontare solo a chi mi conosce profondamente. Ad esempio lo strano tic del tipo incrociato oggi e tutti i pensieri che mi ha lasciato in testa, oppure le sensazioni che ho provato mentre affrontavo una delle mie solite questioni di «vita o di morte». Queste cose, e tante altre, ora le tengo per me, neppure il «miglior amico» capirebbe, probabilmente mi lascerebbe parlare per poi rispondermi: «E Allora? E’ questa la cazzata che dovevi dirmi?»…
Sì, è questa, ma non è una cazzata...
Come l’amore, circa…
A volte si è convinti di poter fermare il tempo. Che le cose rimarranno sempre così. Invece, senza che te ne accorgi, quello che credevi un «fermo immagine» era solo un «rallenty». Un po’ alla volta le cose accadono e inaspettatamente ti ritrovi in una scena diversa. Tra braccia diverse. Svegliandoti di soprassalto. E ti sei perso qualche passaggio. La cosa brutta è che non c’hai le risposte quando qualcuno chiede di indicargli la strada.