Ieri sera sono uscito con un’amica, è una di quelle persone che sembra conoscere tutto il mondo. Ogni volta, in qualsiasi posto andiamo, anche il più assurdo e sperduto, incrocia sempre gente da salutare.
Onestamente provo un certo imbarazzo. Mi sento l’asociale della situazione. A volte ho pensato perfino di fingere di salutare qualcuno. Magari mettendogli in mano una banconota da 10€ e sussurrandogli «fingi di conoscermi».
Tra l’altro, stamattina, mentre andavo a fare la spesa, ho provato a far caso con quante persone mi linkavo (salutavo). Ne ho contate 6, lungo un tragitto di 800 metri. Però io abito in un paesino di 10.000 anime, in teoria dovrei conoscere tutti (oddio, un paio ho volutamente evitato di incrociarle)
Uff… sono asociale, mi sa…
Io credo di vivere in una città stupenda. A parte la nebbia di stamattina (vedi foto) che è un regalino della devolution, eggià, i nostri governanti locali, come prima cosa hanno legiferato per far sì che anche Napoli avesse la sua nebbia, dicono che induce al lavoro… mah… ad ogni modo è durata una mezz’ora, non siamo ancora pratici…
Comunque dicevo che vivo in una città stupenda, totalmente anarchica. Stasera, mentre rientravo a casa, mi sono allungato per un mercatino rionale. C’erano tutte le bancarelle con robe contraffatte, si ok, quelle che si trovano in ogni città, però ad un certo punto mi sono imbattuto in una bancarella farmaceutica, con un tizio in camice bianco (fu bianco)… ho comprato tavor, lexotan, ed altri prodotti dai nomi interessanti… non so se mi hanno fatto il pacco, boh… dopo vi dico… ma sempre meglio che farselo fare dalle case farmaceutiche.
Non credete?


ti devo o no telefonare?
ma ti voglio telefonare?
e se sì, cosa ti dico?
e se non ci sei, ci rimango male?
e se non ti chiamo, ci rimani male?
e se ti chiamo, sono troppo appiccicoso?
e se non ti chiamo, sono troppo distaccato?
...mavaff...
ecco il bello di avere trentott'anni e non capire un cazzo della vita...
(forse devo crescere? ma oramai...)
Sebbene sono bianco e nero, per quanto mi chiamino nero, benché tutti mi vedano bianco; sebbene sono bello, per quanto sia strano; ho deciso che questa tragedia, sebbene sia inutile, benché nessuno la veda, deve flettere la direzione della sua corsa elegante; deve mettere in conto il nero dello spazio, che ami, quando riempie - da parte a parte - il silenzio che ami tra i sistemi freddi del vuoto celeste, celestiale del tempo presente.
Benché lo ignori, sebbene te ne ho parlato, ho le armi orribili degli schiavi.
Una notte saprò come fare.
Sebbene dovrebbe essere amore, oltre te, intorno al tuo ciclo, nell'aria che aliti sopra le tue spalle, che è calda attorno al collo, non trovo che l'odio che ancora non hai terminato, di darmi come un vangelo, un telecomando, un flusso di cose che mancano sulla tua tavola intralciata, che vanno da te all'intorno, una nube, un'aura, fumo secco di ripetute assenze, elenco infinito, spesso di orrore.
Ho ricevuto paura come un diamante, il pegno del tuo legame, tale devo vantare questa paura che ho rilevato sulla mia fronte.
Una notte saprò come fare.
Ti ho ascoltato sognare ad alta voce, come una creatura imbelle, fare domande noiose, aspettare un giorno che, arrivato, gli hai chiesto di aspettare.
Ho visto con che sguardo vedi chi ti chiede, ti diverte, ma poco, purché ti lasci smaniare, senza sponda, allora sei buona.
Sei buona quando sei sola.
Sebbene hai stanato una belva, con insistenza, perché ti divorasse, benché hai chiesto che ti percorresse col brivido delle sue acque sognate, e più dense, e più nere, e più torbide del vero. Resti a guardarti le dita lunghe e chiare, perché non scivolino con me dove non conosci.
Siccome ho aspettato, come mi hai chiesto, e ho avuto, come mi hai dato, l'orrore della tua anestetica assenza, benché ti senta lavorare lucida sotto la mia carne, scavarti luoghi che vorrei strapparti, luoghi che non mi vorresti comunicare. Io ti espellerò con orrore, perché non afferri la forza di ciò che fai e io non desidero sopportare oltre ciò che sei.
Non farò sulla mia carne l'esperienza del nulla. Non lascerò queste bolle di vuoto attraversarmi il corpo in tua assenza, non le doppierò con le frasi che mi hai suggerito; non c'è saggezza che tu vorrai condividere, se non desideri di essa un getto diretto spiazzante in pieno volto, in piena luce, gridando forte, a ragione.
Ho preso una donna, e ho visto cosa mostra dentro, quando si apre. Sono grato a chi mi ha mostrato tanta bellezza innocente. Sono altrettanto ferito dall'avere trovato altro vuoto, tra il sangue, tra le cose mobili e molli che si aggiustano in mezzo ad un essere come macchina vuoto e carne.
E tu sei, anche nel tuo vanitoso occhio stabile, morfinomane mancata con troppo sangue bianco: quello che io so, tu credi che non ti appartenga, le orribili arti degli schiavi.
Sebbene temi la mia materia piena e densa, benché ne vorresti fare un luogo di padronanza, una parentesi quadra senza memoria, resa al tuo inganno, alla tua ferita aperta. Benché io sia la benda che hai per medicarti la fronte e guarirti la carne. Io ti devo sembrare l'orrore. Una notte saprò come fare.
Benché, in origine, tutto questo fosse amore.