Un tocco di labbra che si muovono leggere per cercare il giusto contatto, è dolcissimo, forse il più dolce che ti abbia mai dato, poi senti la lingua che piano arriva, tutto sta durando una frazione di secondo, le tue labbra ora insistono, ti vedi già fra le sue gambe, la rivedi prenderti fino in fondo con un unico sospiro, un sospiro come quello di adesso, ecco perché ci pensi, immagini che vorticosamente ti trascinano, una carezza mescolata con sesso crudo, sperma sul suo seno e notti passate abbracciati...
e si stacca, era un contatto fugace, ma quanto basta per non dimenticarsene mai.
All'inizio arrivano rapidi ed inaspettati, lasciandoti senza fiato, supposto che tu ne abbia ancora, poi capisci perché lo fa, se lo toglie dalla bocca e da solo due o tre colpi secchi con la mano, secchi e rapidi neanche per tutta la sua lunghezza, per farlo diventare ancora più duro e ricominciare a tenerti in bocca, trasformandolo in un gesto necessario non per te, ma per il suo piacere.
Contemplo le mani mentre le muovi, vedo la bocca mentre parli con la gente, la mente si riempie d’immagini, le stesse mani che ora stanno scrivendo, lavorando, vivendo, le vedo strette intorno al mio cazzo, la bocca che mi assorbiva ora sta parlando, vedo le dita stringere quella bottiglia come stringevi me...
...vorrei sfiorare, vorrei con quel contatto di nuovo quelle sensazioni, vorrei di nuovo vedere lo sperma sul tuo corpo, l'umiliazione mescolata alla gioia di esserci riuscita.
Una muta preghiera, la sua schiena nuda che mi offre adesso, immobile ai miei piedi, sensibile alla mia indifferenza, scossa da brividi che non sono di freddo. Sto sentendo i suoi pensieri, sogni che non ha più, vuole solo compiacermi, farò tutto, sento, rotolarmi nel melma dell'umiliazione, farmi deridere dalla bocca di chi vorrai, farò tutto, affinché tu ti prenda cura di me.
Basta, ti prego, non me lo dirà più, ha imparato solo a sopportare, sopportare le oscenità con le quali la definisco, puttana, cagna, troia. Ogni parola la sferza più di una cinghiata, la sento contrarsi sulle mie parole, la sento contrarsi sul mio cazzo, che la tiene immobile contro il divano, deve capire, deve sapere cosa è, cosa vedo quando mugola e guaisce, cosa significa essere sempre gonfia e bagnata, la troia che diventa quando il suo animale urla, con gli occhi accesi e schiumante di voglia, la puttana che ad ogni spinta sembra morire, la cagna disposta a tutto, ma non con tutti, con tutti fiera e mai domata, solo orgogliosa dei miei insulti.
Senza lei, qui al mio fianco, mi bruciano gli occhi. Chissà se quando il fuoco si sarà spento mi rimarrà un po’ di brace nello sguardo.
Di certo c'è fumo, parecchio fumo, ed il guaio del fumo è che non si accontenta di attaccarsi addosso, no, il fumo vuole sfondarti dentro e restare lì, che tu lo voglia o no.
Il fumo è tirannico.
Un altro problema del fumo è che nasconde e confonde, ingarbuglia le cose, le occulta, le fa sembrare quelle che non sono.
Il fumo è bugiardo.
Io sono a caccia di evidenze. Non che sia facile trovarne, per carità, ma ogni tanto qualcuna si rimedia, ci si inciampa nientemeno, come fossero radici secolari, in basso, più in basso di tutti gli sguardi.
Vi sono ostacoli sulla strada che dal nulla conduce al nessun luogo.
Provate ad esaminare senza coinvolgimento sentimentale le lunghe muraglie geometriche che distanziano i vostri viaggi. Su un treno, sfreccioso, a scrutare dentro le finestre accese. Dentro quei presepi vi sono anfratti, interstizi, incrinature, pozzi luce - e su tutti domina il plumbeo smerigliato della dimenticanza attenta, da cui i piccioni implorano la fine del tempo, appisolati negli spigoli al riparo dalla luce e dal senso. Ho sentito uno di loro invocare il mio nome, li ho sentiti tutti planare sulle pagine della mia vita; gli artigli ben saldi su nervi e cuore, la merda sulle mie mani.
Una lampada al neon mi sovrasta, su questa tastiera sembrano passate le dita di mille contadini; il nero raccolto dalle unghie si deposita negli spazi vuoti che ancora concedono l'illusione a quelli pieni.
Sono solo a casa. Il mondo è pieno zeppo ormai di cose che non sto facendo. Ho un passato che ammonta ad un week end e tanti scampoli persi nella prospettiva di un tunnel affumicato.
Ogni volta che la febbre mi scova, è come se non mi avesse mai abbandonato; è come se, di fatto, mi accorgessi di lei attraverso le profondità che dona alla mia vista, attraverso il sentimento di una immane perdita che pago ratealmente. Ecco, solitamente io dimentico; la febbre chiama a raccolta il senso, e lo intinge in una tazza d'infinito.
Rifletto su come già io stia perdendo i dettagli; quelli che restano diventano schegge di una vita migliore che non ho vissuto, mi illudo pensando che nessuno potrebbe mai viverla.
Ho abitato nella casa di due persone che vivevano dentro di me da molto tempo prima che io ne avessi coscienza. I loro nomi sono «diletto» e «conforto», «debito» e «promessa». Chiunque non sapesse a chi mi riferisco, sappia che secondo Calvino la Grazia ti tocca o non ti tocca. E' inutile ostinarsi. Non sarete mai ciò che non è previsto che siate.
Ma ecco, loro lo sono.
Ho condiviso tanti anacardi, prugne e salumi con una donzella oscurata dal proprio nome, che osserva il mondo da rettangoli di tapparella dopo lunghi viaggi per corridoi scolastici. Come un dentista sadico, le ho estratto dei sorrisi, e dieci minuti di ambizione.
Ho affittato le orecchie di una camera senza di mobili, e ho lasciato che la mia voce vi echeggiasse per un giorno. Distintamente, i suoni tornavano indietro portando traccia di un significato sconosciuto. Abbiamo scatarrato in faccia a dio, al tempo e alla psicanalisi nella più soddisfacente delle maniere. Mai fidarsi della parole che nascono da un culo di pietra.
In ultimo
Due oscuri figuri, ed è stato come se dei nick si disponessero in verticale, mettessero braccini e piedini e mi annunciassero uno credito e l'altro stima. Adesso viene la parte difficile: sappiatemi conquistare.
…e tu, Dio, non coprirmi tutta l'ombra.
Oscurato dalle parole interposte tra me e l’interponibile, avverto l'estrema fluidità dell'inutile. Ciò nonostante, è il fallimento dell’utile a condurre il gioco. Autoincensarmi, crogiolando in una sconfitta universale, abitare in un istante andato a male; questa l'utopia con cui vorrei, biecamente, inaugurare la prossima involuzione autunnale.