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Ho fatto un buco nell’acqua, sufficientemente profondo per nasconderci la testa mozzata dello struzzo.
Testamento, così ha chiamato questa perversione decapitatoria la mia terapeuta.
«Afferra il toro per le corna e guarirai: basta volerlo».
Ma io non voglio. Con le corna preferisco non averci a che fare.
Meglio dimenticare le perversioni.
Alla fine dimentico sempre tutto.
L’ultimo ricordo risale a ieri sera: bei tempi quelli!
Si stava avvinghiati su lenzuola polverose, si giaceva su una quantità di metallo fumando tabacco straniero e bevendo tequila, e ogni tanto qualcuno si faceva diafano fino a svanire, era tempo di brindare; gran bei tempi quelli! Ricordo i nomi di tutti anche quelli che dimenticavo. C'ho la testa piena di elenchi, s'era sempre tutti lì ogni tanto uno di meno ogni tanto s'aggiungeva un cocchiere, uno alto smilzo poco vestito.
Evvabbè, chiusura per chiusura, mi viene l’estro di non lasciar nulla, sbattermene pure delle porte aperte. Ma sarebbe una vigliaccata anche se perdonabile in quanto artisticamente piena di vivacità, ma sono solo uno che ha perso tutto il tempo.
Chi è che chiede cosa? io, ovviamente, sempre io, il solo dotato di bocca, il cretino dall’ubicazione sbagliata - ma tant'è, la strada è passata e con la strada l'appetito.
Il che è l'ennesima bugia: muoio di fame. Chiedo a tutti, i primi che passano, d’infilarmi un imbuto nel pancreas, nel cuore, nello stomaco, le viscere, a chi è che ascolta glielo spiego che quello che non sente «è tutto».
E’ finito ciò che è finto o è finto ciò che è finito?
Perché distinguere tra acidissimo e poco dolce è indispensabile, di un'importanza terrificante a vedersi, una tragedia panoramica, una storia, una cosa di dimensioni sessuali, fattori e costanti di abilità, introduzioni ciclopiche, fraintendimenti che s’inabissano in ogni dove, in ogni che di flaccido (di ciò sono quasi certissimo).
Troppo tardi per ripigliare il discorso, ci diremo domani d'amore, di vita, di morte e miracoli, d’affinità e attrezzi meccanici, affari elettrici, giunture e voragini. Domani.
sì e poi ancora sì
mi sciogli davvero quando fai così
e sai che non è bello per un corpo d’ossa
sciogliersi al sole della tua dolce bellezza
Ti volevo secoli fa
ma a te non piaceva il mio sangue
ora che sembro morto e condannato
i tuoi canini mi danno brividi
di piacere
Prendimi, donna
ti sarà dolce avermi per secoli
non litigano per servizi scompagnati
le immortali come te
L'indifferenza, la differenza che fila scurrilmente a razzo, il sopra e il sotto di tutte le cose che patteggiano, fanno pari e patta, testa contro il muro, contro croce, perché, a parte svuotare fusti di benzina spargendo malanimo nero su diversi tipi d'asfalto e appiccare ammiccamenti al ritmo farneticante di ninne nanne, non c'è molto da fare. Qua, dove i treni arrivano puntualmente vuoti, la terra di nessuno, del fuoco estinto, ancora le ceneri calde di cui cantavano i seguaci del cazzo, gli adoratori dei ceri spenti, fulminati. PERDERE è la parola d'ordine, parola d'ordine: PERDERE; in modo da creare i presupposti per realizzare il nostro mondo, immondo sogno disegnato con dita sporche da troppe voglie, ci si prepara all'arringa finale e alle doppie, alle vocali accostate: «ciao».