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30/04/2005
La ruota della fortuna

«Mi sento come…» - troppe volte ho iniziato a scrivere qualcosa con queste parole. E non perché abbia un particolare bisogno di essere compreso. No, no. La ragione fondamentale è che spesso mi trovo impreparato a domande banali tipo: «come stai?; sei felice?; cosa vuoi?... ecc.». Il mio, insomma, è un desiderio d’autochiarezza e non un esibizionismo emotivo.

Uhm, dunque… vediamo un po’, in questo periodo mi sento come un David di Michelangelo con entrambe le braccia amputate (perfezione che diventa difetto).

Oddio, no, l’immagine non è giusta. Forse il David dovrebbe essere stato tranciato giusto a metà, e poi ancora a metà e poi la metà delle metà… fino ad ottenere centinaia di spicchi. Tutti simili, ma sostanzialmente diversi.

Ecco l’immagine giusta, gli spicchi di un’arancia. Mi sento esattamente così. Costretto a far convivere, sotto un «Io» all’apparenza unico, tanti opposti di me stesso (topograficamente opposti, ma non solo). E trovarmi a dare retta all’uno o all’altro in base a fattori esterni. C’è lo spicchio per il lavoro, quello per gli amici, per l’amore, il sesso. Nessuno conosce l’altro, nessuno riconosce l’altro, eppure mi vivono dentro. Tutti. E poi sentire nettamente il distacco, ogni volta che entra in gioco l’uno piuttosto che l’altro. Un piccolo rumorino interno (click), una lacerazione, dolore e, schizofrenicamente, mi avvolgo in panni nuovi.

Fin qui è quasi normale. Tutti abbiamo dei ruoli e li sostituiamo in base alle circostanze. Ecco, il problema è che i miei spicchi sembrano impazziti, una specie di roulette russa. Girano, rigirano e… il ruolo di «impiegato» tocca all’«amante», oppure mi trovo ad essere paterno col principale o filiale con il tabaccaio. E gira, gira, gira la ruota della fortuna… e la realtà perde senso in una giostra d’inadeguatezza. Alla fine dico parole giuste solo perché ho un’ottima memoria, non certo per convinzione. Faccio cose perché, ipoteticamente, il «me stesso» predisposto a quel determinato ruolo avrebbe fatto così, non perché le sento.

Un regista estroso che fa recitare la parte che in Blade Runner era di Harrison Ford a Danny De Vito: inidoneo. Così è lo spicchio impazzito, inidoneo nella sua agrumosità ruotante.
Una puttana… che per soldi, o circostanze, si trova a scopare con l’uno, piuttosto che con l’altro. Ed ogni cazzo merita lo stesso rispetto, perché è un cliente, ha pagato. E quindi inizi lo show: spalanchiamo le gambe. Tanto il mondo continua a fotterci, incessantemente, rabbiosamente, spinge vuole entrare, oltrepassarci. Intanto il resto perde senso. Tutto sfugge. Inadeguatamente.

Postato da: keywords alle 09:32 | link | commenti (58)   

25/04/2005
Sono asfalto

Tu che dici di sapere tutto delle vite umane, spiegami il breve declinare della notte e il lungo percorso dei miei pensieri.
Stai giungendo al sonno quando sotto ai miei occhi ogni cosa sfibra.
Eludo la circolarità libera del tuo sguardo e della lampada spenta, mi vesto delle tue palpebre e vado via.
Mi accarezza l’aria fuori di me. Contro le cortecce, il ruvido dell’asfalto e un’«ancora, cinque minuti».
La tua esistenza è una ruota chiodata. Sono asfalto e mi viene da piangere. Fai male.
Cammino nella notte che non si vede, senza bordi intorno ai talloni, senza una bugia tra le mani.
Mi chiama un ettaro di pelle buia con tanti ricci interrogativi dentro, però so solo sorridere inutile e non mi fermo.
Le lastre di pietra d’ogni strada scivolano e cadono mentre io resto in piedi. Crollano i cornicioni dei palazzi e le bandiere con loro, intanto che io avanzo, l’umano sprofonda.
Spiegami questo declino che accompagna le mie calate agli inferi, l’essenza d’umori, l’assenza.
Cosa potrai dirmi dalla tua notte di sensi che io non sappia fiutare in questo freddo che non mi tocca?
Disegno all’inverso la mappa buia che ho seguito quando ti ho cercata distesa e domo la chiave nella toppa con gioco di polso.
Scavalco il mio sentimento, ficco i piedi sporchi in una piega nascosta, assaggio il cuscino inalando un odore evaporato mentre precipita il telefono dal comodino.
Ti riempio i sogni e mi svegli.
Sono sempre stanco all’alba.

Postato da: keywords alle 03:53 | link | commenti (37)   

23/04/2005
Nebraska tre cos' tene belle...

Un’anziana signora nebraskiana mi dà da parlare.
Però non me ne fotte un cazzo del sedicenne morto cadendo dal “ciclomotore”… e neppure del suo figlio trapassato a tentatrè anni. «Guarda» - fa lei - e intanto mi sbatte sotto il naso uno strano anello con la foto del defunto.
Io sorrido e cerco di svignarmela.
Non è insensibilità la mia, no, davvero… sono fin troppo sensibile, addirittura ipersensibile… però… eccheppalle, ha preso a farmi una sceneggiata napoletana (e siamo nel Nebraska) sui figli, sul legame che c’hanno con le mamme - «volevo bene a mio marito… ma con mio figlio, era una cosa diversa… era parte di me» - non mi sarebbe sembrato strano se, invece che parlare in nebraskiano, avesse detto con perfetta dizione: «’e figl’ ’so piezz ’e core…» - «Assuntaaaaaa vott’ ’a past’».

Postato da: keywords alle 08:08 | link | commenti (6)   

22/04/2005
Nebraska on the rocks

Voi non potete saperlo ma i telefoni in Nebraska hanno un trillo diverso da quelli Italiani: quando telefoniamo in Italia sentiamo fare tuuu tuuu tuuu nella cornetta, qui, invece si sente trrrrrrrrrrrr.
Anche i discorsi della gente sono diversi, c’avete presente quelle cazzate che ci vomitiamo addosso quando non abbiamo nulla da dire? Insomma, le solite disquisizioni sul meteo, sul calcio o su Berlusconi… ecco, su un autobus qui in Nebraska ho sentito due perfetti sconosciuti discorrere amabilmente di cessi. Avete capito bene, parlavano molto seriamente di gabinetti.
Hanno elencato tipologie; procedure di installazione; come si rimuove una tazza vecchia; quanto costano certi modelli per anziani… ecc.
Ad un certo punto, uno dei due filosofi della latrina ha paragonato una parte della tazza ad un bicchiere… bè, non ho resistito, immaginare un bicchiere colmo di merda e piscio è stato la goccia che ha fatto traboccare la tazza: sono sceso dall’autobus ed ho proseguito a piedi.

Postato da: keywords alle 16:00 | link | commenti (5)   

Cartolina dal Nebraska

Sono arrivato!
Fa freddo, sarà colpa dell’assonanza con «neve»... in giro non vedo nessun «me stesso».

Mah, il campo è deserto...una folata fa filar fuori una foglia...strano il fatto che non ci siano alberi... non è così che immaginavo il Nebraska

C'è una tendopoli, le tende rosa fucsia: ma chi le ha scelte?
E le lenzuola con i cuoricini rosa?
E i lampadari a forma di mongolfiera?

Comunque, a giudicare dal calore della cenere, «me stesso » è stato qui non più di sei ore fa…

Un caffè caldo e inizio la ricerca. Vi terrò informati.

Postato da: keywords alle 06:26 | link | commenti    

21/04/2005
Comincio dal Nebraska

Parto, voglio ritrovare me stesso: comincio dal Nebraska.

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19/04/2005
Un bloggher bloccato

E’ un periodo di confusione questo.
Nel giro di cinque minuti sbatto la mia vita da una convinzione all’altra, per poi ritornare al via.
E non manca nulla su questa altalena, neppure qualche sosta in prigione.
Una delle conseguenze (minori) di tutto ciò è che qualsiasi cosa scriva sembra l’opposto di se stessa.

Urge stabilità emotiva.

Postato da: keywords alle 14:40 | link | commenti (17)   

16/04/2005
Tecniche di seduzione

Ho deciso di appellarmi all’infermità mentale. Quale corte, quale giuria, quale commissione potrà non lasciarsi impietosire dalla mia palese menomazione? E poi ci sono le attenuanti generiche e le condizioni atmosferiche e, alla fine, sono incensurato, sarebbe la prima volta.
Stamattina mi esercitavo allo specchio nel mettere in pratica le procedure imparate al corso avanzato d’Alta Formazione Tecniche di seduzione. Ad un certo punto mi sono visto più bello e sexy del solito. Poi un’illuminazione: «ho urgenza di trombarmi». Ho voglia di frammentarmi, spalancarmi, venirmi dentro, succhiarmi, mordermi, baciarmi, versare il mio sangue sulla strada fangosa, andarmi indietro, fino a dove porta la memoria. E restare lì, dopo, addormentato nel sogno.
Per questo ho deciso di appellarmi all’infermità mentale.

semivuotoforseguariscoseminfermosemifermigiurononscappo

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12/04/2005
Un uomo incompleto

A volte penso di essere un uomo incompleto. Non che abbia delle evidenti ambiguità strutturali, sia chiaro.
Il tarlo sta tutto nella mia testolina deflagrata.
Da una parte, il cromosoma n° 2 irreparabilmente Y, che m'induce a fare programmi a lungo termine con enorme margine d'errore, che mi fa riflettere sulle circostanze in maniera morbosa e maniacale, che mi pone la questione di dovermi costruire su basi durature, certe, quasi di genitore.
Dall'altra il caos, il rigetto sanguigno per qualsiasi legge precostituita, obbligo, imposizione o aggressione del mio spazio vitale. Su tutti, poi, la cosiddetta routine. Strappato da due correnti in contrasto reciproco, riesco ancora a trovare il tempo di schivare l'abitudine, quella sbiadita sensazione di déjà-vu, il senso di cose già vissute o di esperienze già affrontate, così marcio da trascinarsi appresso una scia di noia, sospiri e rivoluzioni mancate.
In effetti la parola "abitudine" fa già schifo per principio, e non credo che qualcuno voglia segnarsela tra le priorità.
Ma sono tanti i buoni predicatori, di fatto scadenti praticanti. Ci si adatta a respirare la stessa aria per mesi, per anni, per sempre, solo perché le speranze di potersi sorprendere si sono spente. Si accettano falsi obbiettivi come se fossero le uniche scelte possibili, mentre non sono neanche pure scelte. E magari è vero, e magari no, ma nel frattempo ci siamo già arenati, perdendo di vista come vorremmo vivere. Quello che voglio dire è che spesso (quasi sempre) crediamo di aver trovato il senso in piccole stronzate, che sul momento ci piacciono, finendo col trasformarle in gesti meccanici, svuotati di significato. Forse ci illudiamo di poter ripescare le sensazioni da "prima volta", che alla lunga si esaurisce in un'ombra di ricordo ricostruito.
Così, per paura di perdere anche l'ultimo salvagente, ci accontentiamo. Ci adattiamo, a costo di non affrontare nessun cambio di scena.
Io non voglio vivere così, senza rischiare di sbagliare strada ogni tanto, o di poter cambiare binario in qualsiasi momento per attraversare un paesaggio inaspettato, fuori dal campo visivo.
È come conoscere esattamente ogni tappa prima di un viaggio, prevedere con certezza quale sarà la prossima fermata, assaggiando stupore soltanto a brevi intermezzi, fino al capolinea.
Che alla fine, non pigliamoci per il culo con diapositive d'immortalità, è uguale per tutti.

Postato da: keywords alle 21:45 | link | commenti (21)   

11/04/2005
Coperte di linus

Nelle coperte di linus dei nostri monitor, dei nostri libri e dischi e quant'altro, congiungiamoci, che la vita è breve, e i ciuffi aumentano, ma distendiamo le braccia.
Non so, forse un giorno dovrei davvero dedicarti qualcosa di veramente bello, però...

Il resto è tanto. Non credi?

Postato da: keywords alle 21:00 | link | commenti (7)