a parità d’incomprensioni ci si capisce meglio in una nazione straniera dove personalmente sono meno angosciabile e a mia volta finto. risveglio in lei certe sensazioni fondamentali che in una stanza familiare servirebbero a tutt'altro, come per esempio la voglia di non sapere cosa si andrà a guardare prima di spalancare una finestra o lo stimolo insopprimibile di allungare il braccio con un movimento improvviso per calcolare in umori e gemiti la distanza che ci separa dal posacenere dell’albergo, pensione, motel.
d'altra parte mi distraggo se il tipo che ci porta la colazione somiglia a zeffirelli.
passo gli occhi sul suo sguardo a sostenerlo un passo dietro l’altro niente sorpassi la prudenza le cinture allacciate cantare mimando il labiale e i pensieri la musica a tuttovolume nessuno che nota le note i fuoritono i fuorimano i fuorigioco con le dita aspettando un intreccio mentre scala la marcia e cambio: prima seconda terza: contatto. le mani da bambina piccola le immagino mentre m’impugnano. e ci troviamo con la testa tra le nuvole e non è una metafora ma davvero. In fondo il mare e noi nel cielo e non è una cosa melensa ma i freddi fatti. attendo il segnale un led che mi avvisi mi dica mi dia: il via la via da percorrere correre con gli occhi sul suo sguardo a sostenerlo un passo dietro l’altro niente sorpassi, la testa tra le nuvole e il mancante alle spalle: andata e ritorno.
mi esorta e non sa perché: sa distinguere fra fluidi d'ogni tipo densi scorrevoli che li vuole in bocca vuole anche la saliva il bagnato lo sputo la fase orale che coli qualche cosa che qualunque cosa sbrodoli fino al suo collo ai piedi che ci arrivi inumidendo sporcando vuole incollare appiccicare quindi le apro le gambe la fotto con molte lacrime le tiro i capelli mi mastica le tengo la testa giù le tengo ferma la testa con le dita l'abbraccio qualche mio frammento sotto le sue unghie delle spalle: le mie spalle e la fine lei gronda e piove vuole: succhia succhia come pesci rossi tutto ciò che dalle bocche si sradica i filamenti densi le salive fini il colpo le lingue soffiate i pezzi i resti le ripartizioni di cui sopra il tenero e il duro il tutto caldo la salita: il graffio la caduta lo stretto la strettoia insiste con la bocca a tenerla aperta stacco e appiccico il palato il corpo incessante il morso in una partenza lontana dal basso verso l'alto dal sotto in su e in tutta la cavità il salato cresce il sole il mare ingrossa ciò che deve arrivare il coagulo rosso d'un intreccio tutto sciolto per terra e anche un po' sul letto poi la schiaccio ancora orizzontalmente mi faccio suo e lei «ho fame» ma a causa mia rimanda infine sparisce come avevo previsto ahimè allunga gli occhi
io nemmeno: «anche io» dico solo e pure «piango» poi finisco angoloso come sempre.
Appiccico questo post-it sul frigo giallo per comunicarvi che alle 15.00 parto. Tornerò martedì.
Solo un paio di raccomandazioni: durante la mia assenza non invitate amichetti e non organizzate feste sul blog, ricordate di dar da mangiare al gatto e gettate la spazzatura ogni sera (dopo le 21.00).
Buona Pasqua a tutti. :-*
Ho scoperto qualcosa nelle mie mutande, me lo sento.
E l'ho fatto per puro caso, come le migliori scoperte insegnano.
Come l'elettricità che è stata trovata dentro alle rane...
Come la cura per le malattie nella muffa sotto la finestra...
Gli animaletti che vivono nel mio occhio destro concordano con me... 
Viste le drammaticissime condizioni in cui verte Splinder
Visto che tanto ognuno si fa i blog suoi
Visto che tanto nessuno può ostacolarmi
Visto che posso applicare la legge dell'usu-capione
Ho deciso che SPLINDER è M I O.
Non preoccupatevi, non dovete fare nulla, solo, se dovessero chiedervi di chi sia Splinder, rispondete «di KeyWords».
Seduto qui, gli occhi sfiniti dalla luce ultraterrena del monitor, ad ascoltare le vocine petulanti. Una famiglia di profughi ospite nella mia testa.
Lascio dire, fare, baciare.
Mi gratto nervosamente il neo sulla guancia, come fosse una specie di piercing tumorale.
E pensare che fanno gli stessi discorsi del cazzo dei miei amici, discorsi di chi non sa nulla, e senza pudore né remore, t’infonde d’oro colato. Neppure la decenza di un dubbio.
Io non so cosa sia giusto. Poche certezze nella vita. Eppure, ci sono situazioni in cui sono sicuro, persuaso, convinto. In cui i dubbi si dissolvono, svaniscono, come una strana reazione chimica che non capisci ma che ti lascia lo stupore della magia: «lentamente, il liquido della provetta vira da rosso torbido a trasparente cristallino».
Siamo tutti diversi, ogni individuo è unico: «cazzate!»
Ne ho conosciute parecchie di Marie, insicure perenni alla ricerca di certezze inutili: matrimonio, soldi, figli, famiglia; e quante Roberte, con il loro umido potere serbato tra le cosce, bambine viziate con stupidi capricci da soddisfare; troppe Luise; infinite Veroniche; vagoni di Giulie; assortimenti di Marine.
Solo lei è solo lei.
- Tu sei speciale.
- Ma sei scemo?
Ed io sorpreso nell’abbracciarla, niente deja view stavolta. Nulla di prevedibile, neanche la sua monotonia.
Poi il composto chimico, improvvisamente, vira il colore torbido dei miei pensieri in acqua limpida.
Non saprò mai cos’accadrà, fosse una Maria, azzarderei ipotesi. Non posso farlo stavolta. Non voglio.
- Ma ieri dicevi che...
- Oggi non vale.
Il mio bambino attende, innocente, pronto a sbalordirsi e nutrirsi con piccolezze fresche di giornata.
- Ehi… scema.
- Ehi… scemo.
In fondo, le risposte che non cerco sono nelle piccole cose, quelle inutili, quelle sceme, quelle che non vengono mai dichiarate, quelle taciute per ritegno.
Guardare con aria depressa il monitor e veder arrivare una «pazza» saltellante, che ti si piazza davanti con un sorriso da attrice stampato in faccia, ti posa un bacio sulla punta delle dita, incrocia i pollici girando i dorsi delle mani verso di te, a simulare delle ali, te le avvicina al volto e ti da una strizzata alla punta del naso e poi annuncia: «bacio volante!», quindi scappa via.
- Ciao scema.
- Ciao scemo.
Intorno a me ci sono i soliti posti, li ricordi?, le solite facce senza espressione, mattiniere, pronte e scattanti che corrono senza andare da nessuna parte. Lacrime e bugie riempiono secchi ed io ci ficco la testa, voglio annegare, tanto non c’è domani per me. Se non fosse la mia vita, probabilmente, la troverei ridicola, divertente, se non fosse la mia vita la prenderei per il culo, ricordi? Volevo dirti una cosa. Ricordi? invidiavo i tuoi sogni chimici. Ora sto imparando. I sogni che stanno morendo, nei quali sto morendo, sono i migliori che abbia mai fatto. E trovo impossibile dirti tutto con un sms, nascondo il telefono sotto la sabbia, e continuo a correre in tondo insieme agli altri. E, come i bambini, aspetto il giorno in cui sarò felice: «buon compleanno, piccolo Frà».
Fatti sentire nella maniera in cui ogni bambino sogna.
Siediti e ascolta.
Ascoltati.
Liberamente ispirato da:
Mad world
Gary Jules
all around me are familiar faces
worn out places, worn out faces
bright and early for their daily races
going nowhere, going nowhere
their tears are filling up their glasses
no expression, no expression
hide my head i want to drown my sorrow
no tomorrow, no tomorrow
and i find it kind of funny
i find it kind of sad
the dreams in which i'm dying
are the best i've ever had
i find it hard to tell you
'cause i find it hard to take
when people run in circles
it's a very very
mad world
mad world
mad world
mad world
children waiting for the day they feel good
happy birthday, happy birthday
made to feel the way that every child should
sit and listen, sit and listen
went to school and i was very nervous
no one knew me, no one knew me
hello teacher tell me what's my lesson
look right through me, look right through me
Ehi dico a te, al tuo occhio mancino: fremi! ansima! grida! Non fermarti, non fermare nulla; sei una spirale piena di tutti i sensi, un paradosso della natura, un prodigio genetico che si scompone in strati erotici; allungati in modo che possa pensare di tentare a credere di cercare di provare ad estenderti le mani, le tue, ricalcarle a matita sul parabrezza della mia imminente macchina (il veicolo blu).

Mi rigiro nel letto imprecando mentalmente sul perché non dormo con una ragazza insonne. In certi momenti, ma non sempre, tipo quando hai mangiato i peperoni a cena, torna comodo avere una persona disponibile su cui riversare cose che ti frullano per la testa o incubi. Non me la sento di svegliarla, sta facendo un bel sogno, a giudicare dal sorriso da bambina, perciò comincio a parlare tra me e me, che è la cosa peggiore che possa fare, soprattutto perché mi do sempre ragione.
Il pensiero di cui volevo discutere con Lei è scaturito dal gioco che si faceva da piccoli, il «Facciamo finta che… tu eri, io ero…»
«Facciamo finta che…» uhm… ma non è lo stesso gioco che mettiamo in piedi anche da adulti?
«Facciamo finta che tu eri la stronza ed io la vittima»
«Facciamo finta che io ti amo e tu mi ami»
«Facciamo finta che io ero un manager importante e tu il mio cliente»
«Facciamo finta che…»
Eggià, alla fine l’unica cosa che conta è il casting. Selezioniamo gli attori che meglio possono interpretare il nostro gioco e poi i costumi e quello che manca lo lasciamo realizzare dalla nostra fantasia.
Ok, fin qui tutto fila, il fatto che la vita sia una finzione realizzata ad arte dalla nostra mente non sconvolge più di tanto. Quello che davvero da fastidio è il sapere che anche Io, Tu, siamo interpreti inconsapevoli del «Facciamo finta che…» di innumerevoli persone. E vorremmo smantellare il gioco degli altri, in modo particolare se fa a pugni col «Facciamo finta che…» ci siamo scelti noi.