I gamberi mi attraggono perché sono come me. Camminano all'indietro e sembra che non facciano mai un passo avanti.
Però per loro andare indietro è come andare avanti, e andare avanti è andare dove non si è mai stati. Che poi basta girarsi e camminare così come si sa, guardando bene in faccia quello che si è lasciato. Non vedono dove vanno nel momento in cui ci vanno ma solo dopo che ci sono stati.
I gamberi sono come i mancini che non riescono a leggere quello che scrivono intanto che lo scrivono ma prima scrivono e poi alzano la mano per leggere quello che hanno scritto.
A volte quelli che non sono gamberi camminano avanti ma troppo spesso non si guardano indietro.
Io credo che fare il gambero abbia i suoi vantaggi, ad esclusione del fatto che prima o poi si finisce in padella.
A volte ci sono serate così.
Saltano fuori fra un’indecisione e una virata storta.
Tra un se e un ma.
Saltano fuori.
Così.
E puoi scervellarti una vita cercando di separarne gli ingredienti.
Non il vino di Sicilia o il Pampero Aniversario o il Gin col succo d’arancia.
Non una sola di queste cose, ma tutte insieme.
Tutte.
Insieme.
T U T T E I N S I E M E
E ti senti vivo davvero e fa male allo stomaco.
Forse non sono troppo ubriaco per scrivere.
Kerouac e Bukowski riempivano pagine nello stesso identico stato.
Cirrosi epatica o meno.
Ingordi di vita.
C'è chi diventa sordo, ma l'amplificatore continua a sparare proiettili d'anima.
Alcuni timpani foderati di cotone non riconoscono le note, non sentono il suono di basso in cabrata.
Ma io sì.
Io so cosa c'è dietro tutto questo: un cuore a orologeria, pronto a esplodere con la potenza di diecimila decibel.
Se non mi ascoltate adesso urlerò più forte, vi costringerò a tapparvi le orecchie per non annegare nella verità.
Io non lo so chi c'ha ragione e chi no.
Però ho capito che per trovare la felicità bisogna scavare, rasentare il centro della Terra e ritornare a galla, in fretta, infischiandosene di un'embolia.
So che stasera ho miscelato gli ingredienti giusti, e me li porterò dietro condensati fino alla prossima discesa.
So che vi voglio bene.
Andrò a dormire col mondo che rimbalza contro le pareti.
Every time I see your face
I get all wet between my legs
Every time you pass me by
I heave a sigh of pain
Every time I see your face
I think of things unpure unchaste
I want to fuck you like a dog
I’ll take you home and make you like it
Everything you ever wanted
Everything you ever thought of is
Everything I’ll do to you I’ll fuck you and your minions too
Your face reminds me of a flower
Kind of like you’re underwater
Hair’s too long and in your eyes
Your lips- a perfect suck me size
You act like you’re fourteen years old
Everything you say is so
Obnoxious, funny, rude and mean
I want to be your blowjob queen
You’re probably shy and introspective
That’s not part of my objective
I just want your fresh young jimmy
Jamming slamming ramming in me
Every time I see your face
I think of things unpure unchaste
I want to fuck you like a dog I’ll take you home and make you like it
Everything you ever wanted
Everything you ever thought of is
Everything I’ll do to you
I’ll fuck you ’til your dick is blue
E' maiala forte la tipa. Comunque voglio pure io una ragazza che mi scopi finché non mi viene il cazzo blu come quello dei puffi... 
Cambio carattere, sistemo su il fuoco, voglio fare il ministro, gli spiedini, l’assente, il regista, voglio che tu dica «sono stanca del passato», o lo dico io per te, e voglio che i fiori che mangio non finiscano mai. Fine.
Cambio carattere e ragiono e m’organizzo per avere sulle spalle file e file di cose, di scarpe, di oggetti strani, pendenti, fiches, peduncoli, e soffiarmi il naso o parlarci: soffiami, naso, perditi, o perdi il senso.
Mia cara, mio delitto perfetto, mia voce, mia millesima perdita, mio eritema preferito che mi rubi tutte le parole, «invece» inclusa, e mangi fritti e ti ripeti e ti annoi perché invece di sola sei tenebrosa, stanca e non sai niente, non credi, non acquisti, non spendi.
Continuare a fare che? A domandare niente (rispondo) come per esempio: perché le foglie non cadono? Perché cadono? perché sono possibili, loro, sono bastarde: se ne fottono. E io penso che basta pensare che non ci sei, che non sei ancora nata.
Quasi vivi, quasi negati, in una parola: bugie. O spogliati o vivi, e basta. E’ in questi momenti che mi torni comoda come quando sei muta e t’imbarchi in queste cose accorate, questi lamenti scenografici che neanche la banda dell’orchestra soffre, teme: digitano, loro, tutti i membri, tutte le squadre.
Ma piove ed eccoti spalmata sul vetro, eccoti piatta, felice ferita, tutta bella e insanguinata di quel colore lì, con quell’aspetto quella falce in mano che chissà cosa ti dice all’orecchio. «Non credere», forse, «non partire». Ma io continuo a sentire odore di fritto e tu sei ancora qui, e io lascio le chiavi sul tavolo e ti vengo sopra ti smonto, ti tiro le diagonali e godo nella geometria, nella materia prima: usare tutti i materiali: mi sono amici, mi avvisano: non mi conoscono: mi amano: non vogliono nulla.
Tutto questo, tutto ciò dura un giorno, un giorno solo, forse tre. Il resto, quello che avanza o manca ce lo metti tu riempiendo le camere, gli alberghi, le isole con le tue arie di vacanze e le tue frasi noiose, scomode, che appendi al soffitto delle camere precedenti e le lasci lì a vibrare, a perdere peso mentre ci ubriachiamo al cocktail, usando spesso la parola «invece» ti barrichi davanti al mare, sopra il cielo stellato, in fondo al buco, e non sai niente, non vuoi saperne di caramelle o dolcetti, non vuoi niente, vuoi solo me e lo ripeti «me» dici, «me me me», e saltelli, danzi, brilli ovunque, ti apri le calze ti spogli dentro, esisti; e io non voglio più parlarne, parlarti) e perdiamo consistenza, ci facciamo solidi nella nostra unica fragilità: il mascarpone.
E’ per questo che ti amavo e ti raccoglievo col cucchiaino, dopo, ti ricordi? Ti chiamavo con altri nomi e tu stavi aspettando il taxi, il prossimo, il primo, l’unico, e l’autista col pizzetto, il bambino ricco, il passeggero, l’altro, il secondo, in altre parole: io.
E il mio nome non era Jack.
Lei continua a guardarmi da quel suo gennaio, è nuda però non ha voglia di fare l'amore, credo che stia là perchè qualcuno le ha dato del denaro, ma le voglio bene lo stesso. Anch'io sono qua perché per cazzeggiare con internet mi danno dei soldi.
Febbraio. Sono morto un mese fa, eppure oggi, per la prima volta, con abile gioco di polso, sono riuscito a rigirare la frittata in padella, come fanno gli chef.
Volevo essere un ricco avvoltoio, è andata male, non sono riuscito a negare me stesso, sarà per un'altra vita.
Febbraio, sono morto un mese fa, eppure fumo le mie Pall Mall rosse, aspiro e soffio via, una boccata dopo l'altra, i cadaveri non lo fanno.
Sono un neonato, un piccolo fragile esserino, appena un mese di vita, sarà per questo che cerco un capezzolo da succhiare, un ventre su cui dormire, riposare. Sarà per questo che mi sveglio di notte e mi sembra bizzarro che nessuno mi stia abbracciando. Sarà per questo.
Il microonde e la tv si guardano in cagnesco, non si riconoscono.
Il computer mi prega di accenderlo.
Stasera tornerò nel posto che tutti credono sia casa mia. Cercherò di rimanerci il meno possibile, sono ancora troppo piccolo, ho il dolore facile adesso.
Esco, vado a cercarmi quel capezzolo. Non avercela con me, se mi togli un po' di dispetti da fare alle bambine cosa mi rimane?
Ho solo un mese, mi si perdonerà.
...sto ticchettando, ascolta. 
...una pompa aiuterebbe.
La bocca, m’hai detto, ed è stata la prima, la quarta, la cosa, il punto, il che di cui si parlava, il tuo, l’ultimo, il contratto, l’ottava; sono stati i numeri, gli oggetti, i calici, i rossi e i gialli, è stato il finale, il mezzo, il principio, la fine, o il; l’olio, è stato, è stata la punteggiatura, la punta, i punti, gli anelli, i buchi, i fogli di giornale, gli avanzi, i giorni, l’uno, il più e il meno, sono stati, loro, sono stati loro, ecco quello che ti dico, ecco cos’è stato, ecco cos’è, ecco, eccoci, dammi, prendi, vai, vieni, sì, sono state le mattonelle ed è stato il salto, il tuffo, il bruco, il brutto, il bello, il resto, ieri, è stato ieri, è stato, come si dice, bello e non te lo domando perché, ecco il perché che è stato, è stato il perché, il perché dello stato, come sto, come stai, come sei, dove vai senza me, senza il chiacchiericcio, il rumorio, il sussurro, il bisbiglio, il borbottio, le guance e chi scava niente per chi non trova né ma né forse, eccolo il forse che è stato, quello è, quello che è stato; e bastava che fosse solo un po’ più.
Esci fuori allora.
Scendi le scale. Arrivi al portone. Guardi fuori. Credi che la vita non farà altro che ingigantire la tua indisposizione. Risali le scale. Guardi la porta. Credi che le 4 mura non saranno così caritatevoli da crollarti addosso. Riscendi le scale. Arrivi al portone. Lo apri. Fai 5 passi. Fingi che il tuo respiro abbia un senso. Non ne ha. Torni indietro, più fiacco. Non prendi più le scale. Prendi l'ascensore. Arrivi al piano. metti per un attimo il naso fuori. C'è la porta. Ti accoccoli sullo zerbino. E aspetti il primo rumore della scala per rientrare. Passano 20 minuti. Rientri.
Torni alla tv. Prendi un sonifero.
Ma sono appena le 12 di mattina.
[una donna presto me la darà]
[[tutta la rima sempre là finirà]]
[[[però poi mi devo spiegare l'uso delle parentesi]]]
[[[[sarò un genio incompreso?]]]]
[[proviamo con l'asimmetrica]]]]]]